Guy Maddin presenta The Forbidden Room

Domenica 9 ottobre verrà proiettato, alle ore 21.30, il recentissimo The Forbidden Room, diretto da Guy Maddin assieme al sodale Evan Johnson.

The Forbidden Room è un folle caleidoscopio di immagini e invenzioni, una costruzione che deflagra in mille frammenti di narrazione colorati. Un film inedito per le sale, con un cast eccezionale al servizio di uno dei registi più visionari del cinema d’oggi.

Gli stessi Guy Maddin e Evan Johnson, in un’intervista del 2015 a Indiewire (articolo integralmente disponibile qui) presentano con entusiasmo il progetto The Forbidden Room:

Qual è stata la genesi del progetto? Sappiamo che c’entra, in qualche modo, internet.
GM: Sì, ci sono due parti, una interattiva in cui tutti possono tenere online delle “sedute spiritiche” con il cinema perduto – in altre parole, puoi vedere un film unico, che comparirà una volta sola. I materiali di cui questo film unico è composto sono materiali filmici perduti, e una volta che il film è stato visto lo si perde di nuovo. Il sito produce film, poi li perde. E poi, c’è l’altra parte che lo accompagna, a cui teniamo tantissimo che è The Forbidden Room. Il film è una seduta con gli spiriti del cinema perduto. È ovviamente un pretesto: siamo il mezzo attraverso cui tutto il materiale scoperto, che una volta esisteva e ora non c’è più, può essere ripresentato al pubblico. Hai un branco di spiriti che fanno baccano per reclamare attenzione sullo schermo…

Il progetto si occupa della fugacità e della fragilità della memoria, entrambe sotto forma di video che scompaiono, e di disegni che vengono fatti sopra film perduti, oltre che dal punto di vista narrativo all’interno delle storie. L’amnesia è un elemento ricorrente. Cinema digitale, progetti internet: due forme che sono definite dalla loro permanenza; la pellicola, invece, è temporaneità per definizione.
GM: Verissimo.

Dal punto di vista tematico, com’è influenzato il film da queste idee di memoria e perdita?
GM: Questo film ha un piede ben saldo nel passato, l’altro ben saldo nei pixel. Non stiamo imitando o tributando un film perduto. Semplicemente creiamo le cose un’altra volta, ricreiamo, usando nuovi media, diversi da quelli originali.

Come avete sviluppato questo stile visivo unico? Sembra quasi una pellicola deteriorata, ma non è proprio così.
EJ: Ho sviluppato questo discorso assieme a mio fratello, che è anche lo scenografo. C’è quindi una sorta di continuità visiva tra scenografia e gli elementi “di superficie”. Ci sentivamo a disagio a girare in digitale, volevamo fingere almeno un po’ di filmare in celluloide, ma ci sentivamo ugualmente a disagio a fingere – ci sembrava ipocrita, perfino immorale. Abbiamo quindi cercato di combinare delle tecniche per degradare la pellicola e delle tecniche per degradare le immagini digitali. Puoi degradare la pellicola graffiandola, puoi degradare i pixel rimuovendo delle informazioni. Noi volevamo una sintesi dei due processi, ed è quello che, in qualche modo, siamo riusciti ad ottenere.

Quali sono le idee dietro a questo film? Ci sono i film muti, ovviamente, e c’è John Ashbery. Ha contribuito al progetto, e il suo stile si nota.
GM: Sì, e Raymond Roussel. La mia prima ispirazione è stata il film di John Brahm Il segreto del medaglione che è costituito da tre storie, dentro storie, dentro storie – storie di uomini -, e al centro ha la storia di una donna. E al centro della storia c’è piccolo medaglione, che costituisce tutti i segreti della di lei malattia e che le irradia all’esterno, colpendo le vite degli uomini che le stanno intorno e causandone anche la morte, in un caso. È un film con una simmetria perfetta – quando lo vidi, mi emozionai molto. Entrare in ogni flashback era appagante, ma lo era anche tornare indietro. Guardando questo film pensai che un giorno avrei girato un film con ancora più storie, una dentro l’altra. Questo accadeva molti anni fa, quando abbiamo deciso di fare il film abbiamo capito che avevamo la possibilità di unire tutto ciò con lo stile di Raymound Roussel, che adoro. Evan ha riletto più volte di me i suoi lavori per analizzare i suoi metodi.

Il tempo, all’interno del film, funziona in modo estremamente elastico. Quando ci sono tutte queste storie, una dentro l’altra, come si fa a trovare il ritmo?
EJ: È difficile, ma il nostro montatore, John Guerdebeke, è un genio. Conosce perfettamente il ritmo di cui una scena ha bisogno.
GM: Eravamo un po’ vincolati dal ritmo dato dagli attori ed a quello posto dal copione. Il secondo atto, che cala un po’ di intensità, mi piace molto.



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